Interpretare Oreste

Marta   2 Febbraio - 2019  

Ifigenia, Elettra, Oreste.
Probabilmente, nella mitologia e nella narrazione tragica greca non ci sono fratelli più celebri di loro. Una fama triste, oscura eppure immortale come le opere ispirate dalle loro vicende.
La più antica e famosa di tutte, è probabilmente l' “Orestea” scritta da Eschilo, l'unica trilogia giunta a noi integralmente.

Nelle tre tragedie che la compongono, prende forma la persona e il personaggio di Oreste. Egli è figlio di Agamennone, re di Micene ed eroe della guerra di Troia barbaramente uccisodalla moglie Clitemnestra per vendicare l'uccisione di sua figlia Ifigenia, sacrificata dal padre dieci anni prima. Oreste vive la condizione di orfano suo malgrado, sperimenta la durezza della vita dell'esule perché allontanato dalla sua casa quando era ancora un bambino. Conosce le difficoltà, il dolore e l'odio di chi gli ha dato vita. Lontano dai suoi unici affetti, la sorella Elettra e la nutrice Cilissa, egli cresce coltivando il risentimento, il mito della vendetta del padre, il dolore di essere respinto da chi dovrebbe proteggerlo. Riuscire a calarsi nella complessità di un personaggio simile è una vera sfida. Abbiamo deciso di fare qualche domanda a Salvatore, attore del Teatro di Calabria che ha impersonato Oreste.

Diventare Oreste: ci racconti in che modo hai vissuto questo processo di
interpretazione?

Interpretare il personaggio di Oreste, in prima battuta mi era apparso semplice, per quanto semplice possa essere la costruzione di un qualsivoglia personaggio. Venivo da esperienze interpretative molto complesse: Edipo, Cyrano, San Francesco d’Assisi, Prometeo, Giasone, Adelchi. Personaggi con una sfera psicologica ed etica davvero ricca. Avevo già interpretato Oreste nell’Elettra di Euripide, quindi in me c'era l’effimero convincimento che “fagocitare” l’Oreste eschileo per poi restituirlo al pubblico sarebbe stato un gioco da ragazzi: mi sbagliavo.

Perché questa difficoltà rispetto allo stesso Oreste che hai citato, quello di Euripide? Cosa c'è di diverso?

Oreste è, a tutti gli effetti, il primo personaggio “moderno”, antesignano di Amleto. E' caratterizzato dal dubbio: anche quando è la stessa divinità, Apollo, a ordinargli di agire, Oreste tentenna, esita, trema. Non è più guidato dal volere degli Dei: in lui si è aperto il baratro della decisione e della volontà. E questo è il vero “dramma” dell'uomo moderno.

Ci spieghi meglio questo concetto?

Eschilo, in “Eumenidi”, crea una vera e propria rivoluzione culturale ed etica. Oreste è solo un mezzo, per quanto sofferto, per creare nello spettatore un momento di profonda riflessione e crescita. Attraverso Oreste, lo spettatore conosce l'orrore dell'omicidio, la falsa soddisfazione della vendetta, il terrore del rimorso e, infine, il sollievo della libertà.  Sulle spalle di Oreste e del pubblico grava lo stesso peso: questo è un vero e proprio “miracolo letterario” compiuto da Eschilo quasi duemilacinquecento anni fa e che ci stupisce ancora oggi.

E' un concetto molto interessante. Ci puoi fare qualche esempio?

Trovo significativi una serie di passaggi contenuti nella parte del “processo” ad Oreste. Oreste, l’uomo libero dal fardello divino si assume la responsabilità delle proprie azioni: “L’uccisi, io mai negherò il delitto”. Non mente nemmeno sulle modalità del matricidio “con la spada le tagliai la gola” e su chi lo spinse a compierlo “dai responsi di Apollo” e le ragioni di vendetta personale “anche mio padre lo chiese dalla tomba”.
Ci racconti, dal punto di vista pratico, in che modo queste riflessioni e questi studi ti sono stati utili per costruire il “tuo” Oreste?
Sono partito dapprima dal corpo, dalla postura che doveva avere Oreste - l’amletico - mai fiero, mai spavaldo, mai eretto se non nel momento dell’assoluzione dal matricidio, tentennante sulle gambe, a significare le sue incertezze. La sua voce doveva essere intrisa di nostalgia, rammarico, colpa, paura, terrore e, ovviamente, incertezza. Il suo aspetto doveva essere emaciato, sporco di sangue e sudore, trasandato e lacero, a emblema della lordura di cui si sente colpevole. E' stato un compito gravoso, ma profondamente esaltante.

Ti aspettiamo il 16 Febbraio all'Auditorium Casalinuovo per EUMENIDI!